{"id":231,"date":"2019-09-02T13:35:05","date_gmt":"2019-09-02T13:35:05","guid":{"rendered":"http:\/\/www.saperedigusto.com\/?p=231"},"modified":"2019-10-11T11:42:30","modified_gmt":"2019-10-11T11:42:30","slug":"sapete-che","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.saperedigusto.com\/index.php\/2019\/09\/02\/sapete-che\/","title":{"rendered":"Sapete che&#8230;"},"content":{"rendered":"\n<h3><strong>Curiosit\u00e0 dalla cucina Piemontese<\/strong><\/h3>\n\n\n\n<p><a rel=\"noreferrer noopener\" aria-label=\"Degust\u00e9 Dream Food 2019 (apre in una nuova scheda)\" href=\"https:\/\/www.deguste.it\/\" target=\"_blank\"><strong>Degust\u00e9 Dream Food 2019<\/strong><\/a>, in collaborazione con <strong>Sapere di Gusto Magazine Online<\/strong>, <a rel=\"noreferrer noopener\" aria-label=\"LIBRICETTE.eu (apre in una nuova scheda)\" href=\"http:\/\/www.libricette.eu\" target=\"_blank\"><strong>LIBRICETTE.eu<\/strong><\/a> partner della manifestazione e il food blog <a rel=\"noreferrer noopener\" aria-label=\"Slelly - The Dark Side of Kitchen (apre in una nuova scheda)\" href=\"http:\/\/slelly.blogspot.com\" target=\"_blank\"><strong>Slelly &#8211; The Dark Side of Kitchen<\/strong><\/a> che ha messo a disposizione i testi che trovate di seguito, offre al pubblico dell&#8217;evento e del web <strong>approfondimenti culturali legati alla cucina piemontese<\/strong>.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Degust\u00e9 Dream Food<\/strong> \u00e8 l&#8217;evento dedicato ai <a rel=\"noreferrer noopener\" aria-label=\"Maestri del Gusto di Torino e provincia (apre in una nuova scheda)\" href=\"https:\/\/www.maestridelgustotorino.com\/\" target=\"_blank\"><strong>Maestri del Gusto di Torino e provincia<\/strong><\/a> che ruota attorno al <strong>Menu Degust\u00e9<\/strong>, interamente realizzato con i prodotti dei Maestri stessi e finalizzato a esaltare e a promuovere la <strong>conoscenza delle eccellenze enogastronomiche del territorio torinese<\/strong>.<\/p>\n\n\n\n<blockquote class=\"wp-block-quote is-style-default\"><p><strong>Gustare <\/strong>\u00e8 diverso da <strong>mangiare <\/strong>ed \u00e8 un atto che condensa <strong>corpo<\/strong>, <strong>mente <\/strong>ed <strong>emozioni <\/strong>e non pu\u00f2 prescindere dal <strong>conoscere <\/strong>ci\u00f2 che sia ha nel piatto, chi lo ha prodotto e la storia che concorre a raccontare, legata a persone e territori.<\/p><\/blockquote>\n\n\n\n<p>Mettetevi comodi e godetevi le storie che stiamo per raccontarvi, collegate ad alcune delle prelibatezze che compongono il <strong>Menu Degust\u00e9 <\/strong>o che potrete trovare nel <strong>mercatino dei produttori<\/strong>.<\/p>\n\n\n\n<h3><strong>LA ROBIOLA D&#8217;ALBA<\/strong><\/h3>\n\n\n\n<p>La robiola d&#8217;Alba \u00e8 esponente di una tipologia di <strong>formaggi <\/strong>la cui produzione, in Piemonte, riguarda la gran parte dei <strong>territori collinari<\/strong> e affonda le proprie radici nei <strong>secoli passati<\/strong>, come testimoniano le numerose tracce documentali. Tra queste \u00e8 possibile reperire un passo de&nbsp;<em>Relazione dello stato presente del Piemonte<\/em>&nbsp;(1635) di Monsignor Della Chiesa che recita:  \u00ab[&#8230;]&nbsp;<em>che noi rubiole diciamo, i quali fra i migliori d&#8217;Italia furono da Plinio annoverati<\/em>.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<blockquote class=\"wp-block-quote\"><p>La robiola d&#8217;Alba, formaggio PAT (Prodotti Agroalimentari Tradizionali) \u00e8 prodotta in diversi territori delle province di&nbsp;<strong>Asti<\/strong>, <strong>Cuneo<\/strong>, <strong>Alessandria<\/strong>, fino a <strong>Savona<\/strong>, ma \u00e8 il <strong>centro langarolo<\/strong> che gli ha dato il nome a spiccare in tal senso.<\/p><\/blockquote>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/3.bp.blogspot.com\/-eVzAmvYgwWo\/WUo7p3r0bcI\/AAAAAAAAJG4\/h_o9IK3abqUXdu1fKH09vuEEgHVd_llgQCLcBGAs\/s640\/robiola-alba-sottolio-limone-peperoncino.jpg\" alt=\"\"\/><figcaption>ROBIOLA D&#8217;ALBA SOTTOLIO CON<br>FOGLIE DI LIMONE DELLA RIVIERA LIGURE E PEPERONCINO<br><a rel=\"noreferrer noopener\" aria-label=\"Vai alla ricetta (apre in una nuova scheda)\" href=\"https:\/\/slelly.blogspot.com\/2017\/06\/robiola-dalba-sottolio-con-foglie-di.html\" target=\"_blank\">Vai alla ricetta<\/a><\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p>La robiola d&#8217;Alba \u00e8 un formaggio di <strong>latte vaccino intero<\/strong> la cui pezzatura si attesta tra i 300 e i 400 grammi. Nella versione pi\u00f9 fresca ha <strong>forma <\/strong>cilindrica, scalzo arrotondato, \u00e8 priva di crosta, ha colore bianco, pasta morbida, gessosa, piuttosto compatta e priva di occhiature. Il <strong>sapore <\/strong>\u00e8 molto fresco, latteo e vira verso piacevoli note acidule che si attenuano se si prolunga la stagionatura che conferisce a questo formaggio un colore pi\u00f9 intenso e giallognolo.<\/p>\n\n\n\n<p>Relativamente alla <strong>metodologia di produzione<\/strong> ci informa il sito <em>Piemonte Agri Qualit\u00e0<\/em> della Regione Piemonte:  \u00ab<em>Si impiega latte vaccino intero crudo o pastorizzato. Il latte deve aver avviato l&#8217;acidificazione prima dell&#8217;aggiunta del caglio. La temperatura di coagulazione \u00e8 di circa 30-37 \u00b0C per una durata media di un&#8217;ora, in alcuni casi anche sino a due ore. La rottura della cagliata viene fatta in un tempo unico (come in passato), oppure in fasi di taglio e soste sino a ottenere un granulo di cagliata di dimensione nocciola. Estratta la cagliata la si deposita direttamente negli stampi, segue un periodo di stufatura a temperatura ambiente. Questa fase prevede alcuni periodici rivoltamenti. Normalmente il giorno dopo alla produzione si effettua la salatura, che tradizionalmente avveniva a secco per la durata di circa 12 ore per faccia. La stagionatura \u00e8 molto breve di 3-4 giorni, a temperatura tra 5 e 8 \u00b0C. In caso di durata maggiore (oggigiorno poco diffusa) la crosta acquista una leggera colorazione paglierina, il sapore acidulo si affievolisce e il sapore diventa pi\u00f9 aromatico.<\/em>\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>In commercio \u00e8 possibile reperire la robiola d&#8217;Alba <strong>al naturale<\/strong> oppure arricchita e aromatizzata con <strong>tartufo<\/strong>, <strong>rucola <\/strong>o <strong>peperoncino<\/strong>.<br>La robiola d&#8217;Alba si consuma cos\u00ec come \u00e8, condita con olio, sale, pepe e, se gradito, peperoncino, oppure tagliata a dadini nelle insalate, o conservata sottolio. <\/p>\n\n\n\n<h3><strong>IL SEIRASS<\/strong><\/h3>\n\n\n\n<p>Il <em>seirass <\/em>\u00e8 spesso considerato la <strong>ricotta piemontese<\/strong>, anche se la tecnica produttiva lo avvicina ai <strong>formaggi <\/strong>poich\u00e9 al siero si aggiungono latte e caglio.<\/p>\n\n\n\n<blockquote class=\"wp-block-quote\"><p>Il seirass \u00e8 a base di <strong>latte di pecora e vaccino<\/strong>. Ha una consistenza morbida e cremosa e una pasta molto fine e meno granulosa della ricotta &#8220;normale&#8221;. In bocca si rivela <strong>morbidissimo <\/strong>e <strong>vellutato<\/strong>. <\/p><\/blockquote>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/4.bp.blogspot.com\/-1WsNvUuDJRw\/WS2MCgwqlKI\/AAAAAAAAJAQ\/_IL-lcSC4RIBuJYW-yDvSrCgDJZpn71DACLcB\/s640\/tiramisu-nocciola-seirass4.jpg\" alt=\"\"\/><figcaption>TIRAMIS\u00d9 CON NOCCIOLA PIEMONTE E SEIRASS &#8211; TIRAMISEIRASS<br><a rel=\"noreferrer noopener\" aria-label=\"Vai alla ricetta (apre in una nuova scheda)\" href=\"https:\/\/slelly.blogspot.com\/2017\/05\/tiramisu-con-nocciola-piemonte-e.html\" target=\"_blank\">Vai alla ricetta<\/a><\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p>Il seirass tradizionalmente \u00e8 <strong>confezionato in coni di lino<\/strong>. L&#8217;originale pezzatura oscilla tra 1 e 1,5 kg, ma oggi \u00e8 reperibile in pezzature pi\u00f9 piccole che meglio si adattano alle esigenze dei consumatori.<\/p>\n\n\n\n<p>Prodotto in molte zone del Piemonte, in particolare nelle <strong>Valli Germanasca<\/strong>, <strong>Pellice <\/strong>e <strong>Chisone<\/strong>, secondo alcune fonti, il seirass ha avuto origine presso le <strong>comunit\u00e0 valdesi<\/strong> della zona di <strong>Pinerolo<\/strong>.<br>Prima del dopoguerra e del miglioramento delle condizioni economiche di molte famiglie, la produzione di seirass era ridotta rispetto ad oggi e spesso era realizzato con il solo siero ricavato dai processi produttivi di altri formaggi.<\/p>\n\n\n\n<p>Il seirass, che \u00e8 un <strong>prodotto P.A.T. <\/strong>(Prodotti Agroalimentari Tradizionali), ha un <strong>sapore <\/strong>delicato ed elegante e si presta a moltissimi utilizzi, sia in <strong>piatti salati<\/strong> (ad esempio come base per il ripieno di paste fresche), sia in <strong>preparazioni dolci<\/strong> alle quali dona una morbida carezza di latte.<\/p>\n\n\n\n<p>Infine, per capire meglio cosa sia il seirass, affidiamoci a <strong>Gipo Farassino<\/strong> che nella canzone<em> <strong>&#8216;L Tol\u00e8 &#8216;D Civass<\/strong>&nbsp;<\/em>(letteralmente&nbsp;<em>Il Lattoniere di Chivasso<\/em>), raccontava:<\/p>\n\n\n\n<p> \u00ab<em>L&#8217;\u00e9 la st\u00f2ria dolorosa<br> d&#8217;en tol\u00e9 ch&#8217;a st\u00e0 a Civass<br> che \u2018n bel d\u00ec con la morosa<br> l&#8217;\u00e9 riv\u00e0 a P\u00f2rta Palass.<br> Adalberto Romolasso<br> professione lattoniere<br> l&#8217;\u00e9 riv\u00e0 a Porta Palasso<br> con la sua Belvedere;<br> stravaccata sul sedile<br> lui ci aveva la morosa<br> figlia di un grand&#8217;impresario edile<br> si chiamava Mariarosa.<br> Ah! La st\u00f2ria dolorosa<br> d&#8217;en tol\u00e9 ch&#8217;a st\u00e0 a Civass<br> che \u2018n bel d\u00ec con la morosa<br> l&#8217;\u00e8 riv\u00e0 a P\u00f2rta Palass.<br> Adalberto Romolasso<br> lui voleva comperare<br> mezzo etto di seirasso<br> cos\u00ec, tanto per gustare;<br> il seirasso \u00e8 quella cosa<br> che assomiglia un po&#8217; ai tomini<br> c&#8217;\u00e8 chi ci fa senso, chi va pazzo<br> e chi lo mangia coi crostini.<\/em>\u00bb<\/p>\n\n\n\n<h3><strong>LA CARNE DI RAZZA PIEMONTESE<\/strong><\/h3>\n\n\n\n<p><strong>Bovini di Razza Piemontese<\/strong>: bastano queste parole per introdurci nell&#8217;eccellenza. Una razza bovina anche definita <strong><em>Fassone<\/em> o <em>della Coscia<\/em><\/strong>, che dona una carne straordinaria.<\/p>\n\n\n\n<blockquote class=\"wp-block-quote\"><p>La carne di Razza Piemontese racconta una <strong>storia antica<\/strong>: dai 25 ai 30 mila anni fa, mandrie di <strong>zeb\u00f9 pakistani<\/strong> si spostarono ai piedi delle Alpi, dando origine alla razza attraverso la fusione con <strong>bovini autoctoni<\/strong>, diffusi nell&#8217;area geografica oggi corrispondente al Piemonte.<\/p><\/blockquote>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/1.bp.blogspot.com\/-16kkaLIDlXY\/WRLSGhPKYnI\/AAAAAAAAI8Y\/nmuVPor04T886zHgKLgoIaDQu5jwt3vsgCLcB\/s640\/carpaccio-fassone-nocciole.jpg\" alt=\"\"\/><figcaption> CARPACCIO DI FASSONE PIEMONTESE CON SALSA DI NOCCIOLE<br><a href=\"https:\/\/slelly.blogspot.com\/2017\/05\/carpaccio-di-fassone-piemontese-con.html\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\" aria-label=\"Vai alla ricetta (apre in una nuova scheda)\">Vai alla ricetta<\/a><\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p>Gli esemplari attualmente allevati discendono da <strong>un capo nato nel 1886 a Guarene d&#8217;Alba<\/strong> a seguito di una <strong>mutazione genetica spontanea<\/strong>. Il vitello, che divenne toro da riproduzione, si distingueva per la <strong>massa muscolare delle natiche<\/strong> e della <strong>coscia particolarmente sviluppata<\/strong>, ipertrofica in termini tecnici, che port\u00f2 all&#8217;utilizzo delle definizioni&nbsp;<em>doppia groppa&nbsp;<\/em>e&nbsp;<em>vitello della coscia<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p>Inizialmente la Razza Piemontese era una <strong>triplice risorsa<\/strong>: impiegata come <strong>forza lavoro<\/strong>, era apprezzata anche per il suo <strong>latte <\/strong>e per la sua <strong>carne<\/strong>, ma con il tempo fu peculiarmente destinata alla macellazione.<\/p>\n\n\n\n<blockquote class=\"wp-block-quote\"><p>La Razza Piemontese <strong>non \u00e8 certo adatta all&#8217;allevamento intensivo<\/strong>. I capi attualmente allevati sono un numero limitato, soprattutto se paragonato a quello che riguarda la produzione industriale di carne.<\/p><\/blockquote>\n\n\n\n<p>Il mantello del vitello di Razza Piemontese \u00e8 definito&nbsp;<em>fromentino<\/em>&nbsp;(del colore del grano maturo), quello della femmina adulta \u00e8 bianco, mentre il toro \u00e8 grigio e caratterizzato dalla testa pi\u00f9 scura.<\/p>\n\n\n\n<p>Gli allevatori della Razza Piemontese, Presidio Slow Food, sono riuniti nell&#8217;Associazione&nbsp;<em>La Granda<\/em>, nata per <strong>tutelarne la purezza e le metodologie di allevamento<\/strong> che prevedono di nutrire gli animali con alimenti quali mais, orzo, crusca, fave e fieno, escludendo del tutto insilati, integratori o altri prodotti, specie se geneticamente modificati. I vitelli di Razza Piemontese <strong>crescono secondo i tempi dettati dalla natura<\/strong> e la carne che arriva nei negozi autorizzati ad utilizzare il marchio&nbsp;<em>La Granda<\/em>&nbsp;\u00e8 riguardata da un&#8217;<strong>etichetta<\/strong> <strong>dettagliata <\/strong>che riporta i dati dell&#8217;allevatore e dell&#8217;animale unitamente alla data di macellazione.<\/p>\n\n\n\n<p>Ci\u00f2 che si ottiene dalla Razza Piemontese \u00e8 <strong>un prodotto straordinario e unico nel suo genere<\/strong>. La carne, pur essendo particolarmente magra, \u00e8 saporita, intensa, tanto che, se consumata cruda, si sposa perfettamente a condimenti semplici che non servono ad arricchirla, ma la &#8220;accompagnano&#8221;.<br>I piatti tradizionali che vedono la carne di Razza Piemontese (vitello, castrato, bue o vacca) come protagonista sono molti. Sono alcuni esempi la <strong>Carne all&#8217;Albese<\/strong>, il carpaccio che per i piemontesi \u00e8 (e rester\u00e0 sempre) L&#8217;ALBESE o L&#8217;ALB\u00c8ISA in dialetto, condita, secondo i gusti, con olio, sale, pepe, limone e formaggio Grana in scaglie, oppure &nbsp;la <strong>carne cruda battuta rigorosamente al coltello<\/strong> &#8211; guai a tritarla con il tritacarne!!! &#8211; , in stagione accompagnata con il tartufo bianco d&#8217;Alba, <strong>il Gran Bollito Misto<\/strong> con le sue inseparabili salse (<em>bagnetto verde<\/em>, <em>bagnetto rosso<\/em>, <em>salsa d&#8217;avije a base di noci e miele<\/em>)&#8230;<br>Insomma, di modi per assaporare questa indiscussa eccellenza sono tanti e regalano, ogni volta, un&#8217;esperienza semplicemente esaltante.<\/p>\n\n\n\n<h3><strong>IL TOMINO<\/strong><\/h3>\n\n\n\n<p>Il tomino piemontese \u00e8 semplicemente buonissimo. Semplicemente perch\u00e9 non ha bisogno di troppi orpelli o accompagnamenti: \u00e8 straordinario cos\u00ec come \u00e8 oppure gustato con preparazioni non elaborate che creano un gustosissimo&nbsp;t\u00eate-\u00e0-t\u00eate culinario.<\/p>\n\n\n\n<blockquote class=\"wp-block-quote\"><p>Il tomino piemontese \u00e8 un formaggio grasso o semi grasso, a pasta molle, realizzato a partire da latte di vacca o latte misto, ottenuto unendo le due mungiture della giornata. \u00c8 reperibile fresco, asciutto o stagionato. Il tomino stagionato lo si pu\u00f2 anche trovare conservato sottolio.<\/p><\/blockquote>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/1.bp.blogspot.com\/-OzAE-bEwDnU\/WTfhgNGtOBI\/AAAAAAAAJBo\/3BorfelKKtotjwT5_Q7WPPo6w3KowgwOQCLcB\/s640\/tomini-verde.jpg\" alt=\"\"\/><figcaption> TOMINI AL VERDE<br><a href=\"https:\/\/slelly.blogspot.com\/2017\/06\/tomini-al-verde-perche-il-piemonte-e.html\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\" aria-label=\"Vai alla ricetta (apre in una nuova scheda)\">Vai alla ricetta<\/a><\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p>Nella <strong>versione fresca<\/strong> (2 &#8211; 3 giorni di maturazione) il tomino piemontese \u00e8 privo di crosta, la pasta \u00e8 bianca, umida e friabile. Il <strong>sapore <\/strong>\u00e8 spiccatamente latteo e piacevolmente acidulo. La <strong>stagionatura<\/strong>, che pu\u00f2 prolungarsi per circa un mese, implica lo sviluppo di una crosta morbida e chiara e di una pasta fondente giallo paglierino il cui sapore di latte (pi\u00f9 dolce e meno acido rispetto al tomino fresco), pu\u00f2 virare verso note di fungo.<\/p>\n\n\n\n<p>Il tomino, fresco o stagionato, pu\u00f2 essere utilizzato come <strong>formaggio da tavola<\/strong> o <strong>impiegato in cucina<\/strong>. Nella versione fresca \u00e8 protagonista di un piatto celeberrimo, i <strong>tomini al verde<\/strong>, ovvero accompagnati dal <em>Bagnet Vert<\/em> (Bagnetto Verde).<\/p>\n\n\n\n<p>In origine il tomino piemontese era preparato dalle <strong>massaie <\/strong>con una <strong>metodologia molto semplice<\/strong>.<br>Il processo di produzione \u00e8 rimasto poco complesso, ma pu\u00f2 variare in base alla zona di origine. In linea generale si riscalda il latte crudo tra i 35\u00b0C e i 40\u00b0C e si aggiunge il caglio. Successivamente la cagliata \u00e8 rotta in due tempi, coagulata, poi tagliata. Dopo la scolatura, che avviene in apposite forme, il tomino piemontese \u00e8 prima salato &#8220;in pasta&#8221; poi &#8220;a secco&#8221;.<\/p>\n\n\n\n<p>Il sito&nbsp;<a href=\"http:\/\/langhe.net\/\">langhe.net<\/a>&nbsp;ci informa che il nome Tomino, che discende da Toma, potrebbe derivare dalle parole francesi&nbsp;<em>Tomme&nbsp;<\/em>o&nbsp;<em>Tome&nbsp;<\/em>oppure dalla parola piemontese&nbsp;<em>Tuma<\/em>&nbsp;che indica la precipitazione della caseina. La produzione di questa <strong>eccellenza per troppo tempo sottovalutata<\/strong>, si concentra in particolare nelle province di <strong>Torino <\/strong>e <strong>Cuneo<\/strong>: alcune variet\u00e0 sono distintive di paesi o aree ben precise.<\/p>\n\n\n\n<p>L&#8217;elenco dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali (P.A.T.) piemontesi, riporta ben 10 tipologie di tomino piemontese:<br>Tomino canavesano asciutto<br>Tomino canavesano fresco<br>Tomino del bot<br>Tomino delle valli saluzzesi<br>Tomino del Talucco<br>Tomino di Rivalta<br>Tomino di S. Giacomo di Boves<br>Tomino di Saronsella (Chivassotto)<br>Tomino di Sordevolo<br>Toumin dal mel <\/p>\n\n\n\n<h3><strong>I TORCETTI AL BURRO<\/strong><\/h3>\n\n\n\n<p>I Torcetti sono un prodotto da forno dolce, tipico del Piemonte. Profumati, croccanti e friabili, grazie alla presenza del burro e dello zucchero, nella loro semplicit\u00e0 sanno incantare.<\/p>\n\n\n\n<blockquote class=\"wp-block-quote\"><p>I Torcetti al burro piemontesi sono riguardati da un mistero irrisolvibile: quale \u00e8 la ricetta originale? Ogni famiglia, ogni artigiano ha la sua ricetta che, a ragione, custodisce gelosamente, contribuendo a perpetrare il mito.<\/p><\/blockquote>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/4.bp.blogspot.com\/-vjWUa4BvbIM\/WQc6qbaqPFI\/AAAAAAAAI6s\/Acn_2IB0_CALOG0jV0-NSTXRb8Ks56fWwCLcB\/s640\/torcetti-aglie8.jpg\" alt=\"\"\/><figcaption> I TORCETTI AL BURRO PIEMONTESI<br><a href=\"https:\/\/slelly.blogspot.com\/2017\/05\/i-torcetti-al-burro-piemontesi-viaggio.html\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\" aria-label=\"Vai alla ricetta (apre in una nuova scheda)\">Vai alla ricetta<\/a><\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p>Le tipicit\u00e0 di un territorio sono un tesoro inestimabile e i segreti che le riguardano devono essere custoditi. Noi appassionati del buon cibo che racconta storie, abbiamo a disposizione i nostri sensi per apprezzare, cercare di comprendere e, eventualmente, replicare, senza mai prescindere dal rispetto per preparazioni tanto importanti dal punto di vista culturale.<\/p>\n\n\n\n<p>Tornando ai torcetti al burro piemontesi,  dalla zona di Biella a Torino, fino a Lanzo e ad Agli\u00e8, e, pi\u00f9 in generale, nel canavese, essi viaggiano in lungo e in largo portando con s\u00e9 mistero e straordinaria bont\u00e0. <\/p>\n\n\n\n<p> In linea di massima, per fare alcune distinzioni, i <strong>Torcetti biellesi<\/strong> sono pi\u00f9 grossi, chiari e ricchi di burro, mentre quelli di <strong>Lanzo <\/strong>sono pi\u00f9 sottili, scuri e tipicizzati da una glassatura in superficie. Quelli di <strong>Agli\u00e8<\/strong>, invece, sono caratterizzati dall&#8217;essere chiari nella parte superiore e scuri e caramellati inferiormente. Distinzioni che diventano ancora pi\u00f9 capillari se si provano i Torcetti preparati da <strong>artigiani diversi nello stesso luogo<\/strong>. Insomma, dare regole ai Torcetti al burro piemontesi, imbrigliarli in un disciplinare fai-da-te \u00e8 impossibile e a me piace cos\u00ec: i Torcetti al burro piemontesi sono buoni anche per il fatto di essere un po&#8217; &#8220;sfuggenti&#8221;&#8230; <\/p>\n\n\n\n<p>Detto ci\u00f2, \u00e8 legittimo chiedersi almeno dove siano nati, ma anche in questo caso ci si scontra con diverse scuole di pensiero. Secondo alcuni sarebbero nati nel <strong>biellese<\/strong>, secondo altri a <strong>Lanzo<\/strong>, ma c&#8217;\u00e8 anche chi dice che sia <strong>Agli\u00e8 <\/strong>ad aver dato in Natali ai Torcetti al burro piemontesi. In particolare, Sandro Doglio, nel suo&nbsp;<em>Dizionario di Gastronomia del Piemonte<\/em>, identifica Lanzo come citt\u00e0 che ha dato il via alla tradizione di sfornare Torcetti: \u00ab<em>Sembra il luogo di origine sia la zona di Lanzo (TO), dove del resto si dice che siano nati anche i grissini, che in effetti, con la differenza che non sono dolci, hanno pi\u00f9 o meno la stessa tecnica di preparazione e cottura<\/em>.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p> I Torcetti, anticamente definiti <strong>Torchietti <\/strong>per il fatto di essere &#8220;attorcigliati&#8221;, nacquero nel XVIII secolo. In origine erano riservati ai bambini nei giorni in cui le famiglie si riunivano presso i <strong>forni comuni<\/strong> per cuocere il pane, alimento dal quale i Torcetti al burro piemontesi hanno avuto origine. Con la pasta del pane si realizzavano cilindri saldati alle estremit\u00e0. Cosparsi di prezioso zucchero o glassati con il miele, erano poi sistemati in prossimit\u00e0 della bocca dei forni mentre questi si riscaldavano.Con il tempo il consumo dei torcetti si diffuse: da essere prerogativa infantile, iniziarono ad essere <strong>serviti alla fine dei pasti in occasione delle celebrazioni<\/strong>, a volte accompagnati dalla <strong>Fioca <\/strong>(in dialetto &#8220;neve&#8221;, sta ad indicare la panna montata). All&#8217;impasto fu poi aggiunto il burro che li rese pi\u00f9 ricchi e friabili e le dimensioni si ridussero di circa la met\u00e0. I Torcetti al burro piemontesi, a partire dal XIX secolo, divennero un vero e proprio <strong>prodotto di pasticceria secca<\/strong>.<br>I Torcetti al burro piemontesi sono citati nel testo&nbsp;<em>Confetturiere Piemontese<\/em>&nbsp;del 1790 e nel&nbsp;<em>Trattato di Cucina e Pasticceria Moderna<\/em>&nbsp;scritto nel 1854 da Giovanni Vialardi, aiuto capocuoco alla corte di Carlo Alberto e Vittorio Emanuele II. Nel testo, Vailardi parla di ben tre ricette diverse per realizzare queste specialit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>E oggi, <strong>come consumarli<\/strong>? Di scuse e modi ne troverete molte. Cos\u00ec come sono, per rendere speciale qualsiasi momento delle vostre giornate oppure assieme allo zabaione o a un bicchiere di moscato passito&#8230;scegliete voi: comunque deciderete di mangiarli, li amerete. <\/p>\n\n\n\n<h3><strong>PASTE DI MELIGA<\/strong><\/h3>\n\n\n\n<p> Ah&#8230;le Paste di Meliga o <strong>Paste &#8216;d Melia<\/strong> (in piemontese &#8220;melia&#8221; significa mais). Chi le prova non pu\u00f2 non amarle. Friabili, straordinariamente profumate di burro, ricche, golose, portano nel cuore la potenza della tradizione che si fa sentire ad ogni morso.<\/p>\n\n\n\n<blockquote class=\"wp-block-quote\"><p>Da <strong>biscotto fatto in casa<\/strong>, con il tempo le Paste di Meliga del Monregalese sono diventate un prodotto dell&#8217;<strong>industria dolciaria<\/strong>. Il <em>Consorzio Paste di Meliga del Monregalese<\/em> \u00e8 nato con lo scopo di tutelare questo biscotto prezioso, oggi Presidio Slow Food, soprattutto alla luce del fatto che la produzione industriale non \u00e8 in grado di eguagliare la versione artigianale.<\/p><\/blockquote>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/4.bp.blogspot.com\/-KtXJsI5LkTg\/WPXbix1iNlI\/AAAAAAAAI3s\/kYzKxl6EtngN9rAs2b4RSKbsO5eTswbdACLcB\/s640\/paste-meliga3.jpg\" alt=\"\"\/><figcaption>PASTE DI MELIGA<br><a href=\"https:\/\/slelly.blogspot.com\/2017\/04\/paste-di-meliga.html\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\" aria-label=\"Vai alla ricetta (apre in una nuova scheda)\">Vai alla ricetta<\/a><\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p>Collocare la <strong>nascita <\/strong>della Paste di Meliga in un periodo preciso non \u00e8 cosa facile. \u00c8 lo stesso Consorzio a informarci riguardo a questa incertezza: \u00ab<em>Non potendo collocare la loro nascita in un periodo esatto, noi amiamo dire che le Paste di Meliga -&#8230;hanno una ricetta antica che si perde nel tempo&#8230;<\/em>-\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Nate <strong>tra Vicoforte e Pamparato<\/strong> (dove prendono anche il nome di <em>Biscotti di Pamparato<\/em>), oggi le Paste di Meliga sono reperibili in molte altre aree del Piemonte. Secondo alcune fonti sarebbero state create a seguito di un raccolto particolarmente povero che fece aumentare vertiginosamente i prezzi del frumento e limit\u00f2 la disponibilit\u00e0 del &#8220;fior di farina&#8221;. Fare di necessit\u00e0 virt\u00f9, si sa, \u00e8 una delle specialit\u00e0 degli artigiani che iniziarono cos\u00ec a &#8220;tagliare&#8221; la farina di frumento con quella di mais nella versione pi\u00f9 fine, non adatta alla realizzazione della polenta e destinata alla produzione di dolci.<\/p>\n\n\n\n<p>Le Paste di Meliga, in origine, erano biscotti &#8220;fatti in casa&#8221;, preparati subito dopo la cottura del pane per <strong>sfruttare il calore del forno<\/strong>. Essendo un prodotto casereccio, erano realizzate in diverse forme. Oggi la pi\u00f9 diffusa \u00e8 tondeggiante ed \u00e8 caratterizzata da una striatura conferita dalla siringa per dolci o dalla sacca da pasticciere dotata di bocchetta stellata.<\/p>\n\n\n\n<p>In Piemonte si coltivano <strong>antiche variet\u00e0 di mais<\/strong> dalle qualit\u00e0 eccellenti che hanno una resa inferiore a quella del mais coltivato su larga scala, ma vantano caratteristiche ineguagliabili.<br>Il mais \u00e8 molto importante per i piemontesi, tanto che hanno coniato un raffinato modo di <em>mandare a quel paese<\/em>&nbsp;che si traduce in <em>Va a span\u00e9 &#8216;d melia<\/em>, che pu\u00f2 essere tradotto in &#8220;va a togliere le foglie alle pannocchie.&#8221;<\/p>\n\n\n\n<p>Ancora con riferimento al&nbsp;Consorzio Paste di Meliga del Monregalese, apprendiamo che queste specialit\u00e0 sono realizzate con mais della <strong>pregiata variet\u00e0 &#8220;ottofile&#8221;<\/strong>, macinato a pietra, descritto in questo modo nel Disciplinare dell&#8217;Associazione degli Antichi Mais Piemontesi: \u00ab<em>Ottofile: spiga cilindrica di otto ranghi, granella grossa, tutolo bianco, colore variabile dal bianco, al giallo, al ross<\/em>o\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>Gli altri ingredienti delle Paste di Meliga sono <strong>farina di frumento 00<\/strong>, <strong>burro<\/strong>, <strong>uova fresche<\/strong>. Alcuni aggiungono <strong>aromi naturali<\/strong> (vaniglia e\/o scorza di limone) e <strong>lievito per dolci<\/strong>.<\/p>\n\n\n\n<p>Lo stesso disciplinare indica che le Paste di Meliga devono essere prodotte <strong>rigorosamente con farine di mais antichi macinati a pietra<\/strong> in proporzione non inferiore al 75% di farina di mais e 25% di farina 00, ma, si sa, le ricette tradizionali sono protagoniste di varianti che ogni famiglia e ogni artigiano apporta, sulla base dell&#8217;esperienza e di quel meraviglioso processo che \u00e8 il tramandare una ricetta di generazione in generazione.<\/p>\n\n\n\n<p>Come si gustano le Paste di Meliga del Monregalese? Tradizione antica vuole che le si assapori con un bicchiere di <strong>vino rosso<\/strong> anche strutturato, ma, pi\u00f9 di recente, sono diventate fedeli compagne di <strong>Moscato<\/strong>, <strong>Moscato Passito<\/strong> e <strong>zabaione<\/strong>.<\/p>\n\n\n\n<h3><strong>IL BONET<\/strong><\/h3>\n\n\n\n<p>Il Bonet \u00e8 un dolce intramontabile, rappresentativo della gastronomia piemontese.<\/p>\n\n\n\n<blockquote class=\"wp-block-quote\"><p>Il suo nome, tradotto dalla forma dialettale, significa &#8220;<strong>cappello<\/strong>&#8220;. L&#8217;origine di ci\u00f2 pare derivare dal fatto che, in quanto dessert servito alla fine del pasto, il bonet facesse da <strong>cappello al menu<\/strong> oppure perch\u00e9 il cappello \u00e8 <strong>l&#8217;ultimo indumento indossato prima di uscire di casa<\/strong>. Altre scuole di pensiero indicano derivi dalla <strong>forma dello stampo<\/strong> originariamente utilizzato per la sua realizzazione che aveva la forma di un copricapo.<\/p><\/blockquote>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/2.bp.blogspot.com\/--1VHtFTNyuI\/W9AxUG0qhwI\/AAAAAAAAJ84\/BjagLJH_0HEsQy6wI6d6Brw_ep6gwfRZQCEwYBhgL\/s640\/bonet-alla-monferrina-antica-versione-senza-cacao_Paola-Uberti.jpg\" alt=\"\"\/><figcaption> ANTICA VERSIONE SENZA CACAO DEL BONET ALLA MONFERRINA<br><a href=\"https:\/\/slelly.blogspot.com\/2013\/07\/tanto-di-cappello-antica-versione-senza.html\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\" aria-label=\"Vai alla ricetta (apre in una nuova scheda)\">Vai alla ricetta<\/a><\/figcaption><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p>Il Bonet alla Monferrina, che appartiene alla famiglia dei <strong>dolci al cucchiaio<\/strong> come i budini ai quali \u00e8 affine per preparazione e cottura, da secoli \u00e8 presente nella lista delle specialit\u00e0 regionali (le tracce pi\u00f9 antiche risalgono al XIII secolo).<\/p>\n\n\n\n<p>Come molti piatti tipici, il Bonet alla Monferrina si declina in <strong>differenti versioni<\/strong>, a seconda della zona di produzione.<br>Esistono ricette del Bonet alla Monferrina che prevedono l&#8217;utilizzo degli <strong>amaretti secchi<\/strong> assieme alle <strong>nocciole <\/strong>o di uno solo di questi elementi. Nella lista degli ingredienti \u00e8 possibile trovare anche il <strong>caff\u00e8<\/strong>, il <strong>rum <\/strong>o il <strong>marsala secco<\/strong>.<\/p>\n\n\n\n<p>Il <strong>cacao <\/strong>\u00e8 protagonista assoluto del Bonet alla Monferrina per come \u00e8 conosciuto oggi, ma la versione antecedente alla scoperta del Nuovo Continente, dal quale l&#8217;Europa ha importato la pianta cara al dio Quetzalcoatl, ovvero il Bonet alla Monferrina per antonomasia, era una sorta di <strong>budino bianco<\/strong> nel quale si utilizzavano amaretti secchi.<\/p>\n\n\n\n<p>Vi diamo appuntamento ai prossimi articoli.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>La redazione di Sapere di Gusto Magazine Online<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><br><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Storia e curiosit\u00e0 su alcuni prodotti e piatti tipici del Piemonte. 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